Il primo viaggio di lavoro all’estero non si scorda mai

Dal diario di bordo di Matteo Belloni, l’esperienza lavorativa in Arabia Saudita.

Quando 3 anni fa iniziai la mia avventura come QA/QC con Basis Plant Services, un’azienda che offre servizi tecnici e consulenze nel settore dell’Oil and Gas, ero consapevole che le possibilità di dover lavorare all’estero sarebbero state alte. Ma diciamolo onestamente, tutti vorrebbero stare vicino a casa, agli amici, alla fidanzata, avere tutte le comodità a portata di mano e sentirsi protetti nella propria comfort zone. Ecco, come accaduto a tante altre persone, quando mi è stata fatta la proposta di andare a lavorare all’estero in Arabia Saudita, anche io ho pensato a tutte le cose elencate in precedenza. A questo punto mi sono chiesto: “sarò all’altezza delle aspettative?”, “sarò capace di stare da solo, lontano da casa per mesi, in un ambiente completamente diverso da quello a cui sono abituato?”. Beh, la risposta non è scontata, ma poco a poco dentro di me si è innescata una sorta di consapevolezza e volontà di volersi mettere in gioco, sia in ambito lavorativo sia sotto il profilo umano.

Queste domande mi hanno accompagnato fino al giorno della partenza, quando prima di salire sull’aereo che da Francoforte mi avrebbe portato a Dammam, nel golfo Persico, mi sono detto che non avrei dovuto più pensare a quelle cose, ma mi sarei dovuto concentrare su quello che avrei vissuto nei mesi a venire, anche perché ero rassicurato sia dalle esperienze di colleghi che dal supporto dei miei responsabili e dell’azienda, i quali mi hanno sempre assicurato massima disponibilità e capacità di gestione di situazioni analoghe.

Selfie pranzo basis plant

La mia missione sarebbe stata quella di utilizzare la mia esperienza di collaudo nello stabilimento Bakerhughes di Modon, nel quale producono skid per il settore Oil and Gas, in particolare compressori centrifughi azionati da motori elettrici. Tutto questo lavoro, solitamente, viene seguito giorno dopo giorno, durante le fasi di produzione e montaggio, con ispezioni periodiche, compilazioni di check list, problemi da risolvere, riunioni con l’ingegneria al fine di garantire la qualità di prodotto che contraddistingue questa azienda.

Una volta atterrato in Arabia Saudita, ho realizzato di essere veramente in un luogo diverso da quello sempre vissuto, vuoi per il clima, vuoi per i diversi modi di approcciare che le persone hanno qua o vuoi per gli usi e costumi totalmente diversi, che per noi occidentali sono una novità, o molto più semplicemente per il fatto che non siamo abituati così.

Il primo giorno di lavoro mi sono presentato nello stabilimento Baker Hughes di Modon, carico di sogni, aspettative e di sfide che avrei dovuto affrontare da solo. Ecco, all’inizio pensavo di doverle affrontare da solo, contando solo sulle mie forze, ma con il passare dei giorni e delle settimane mi sono reso conto che, con i miei colleghi in loco, c’era la possibilità di instaurare una collaborazione importante e proficua per il raggiungimento degli obiettivi, ma ho scoperto anche l’importanza di avere una struttura solida aziendale che mi supportava anche da remoto in qualsiasi momento nonostante la differenza di orario e standard lavorativi.

io e la mia missione

Certo, non tutto è stato facile, perché ero abituato agli standard lavorativi che avevo in Italia, ma già dopo i primi giorni ho scoperto che qua a Modon l’approccio sarebbe dovuto essere diverso. Uno stabilimento aperto relativamente da pochi anni, personale e colleghi che stanno acquisendo esperienza progetto dopo progetto, tutti ingredienti che ti portano a confrontarti con una realtà dove devi dare il 200% per riuscire a fare tutto quello che è richiesto dalla tua figura, dando supporto anche ai colleghi che hanno necessità. Lo svolgimento quotidiano delle attività di collaudo, il rapporto costante con colleghi di differente provenienza geografica, metodologie di lavoro diverse rispetto a quelle a cui ero abituato, mi hanno permesso di scoprire l’approccio e la dedizione al lavoro che c’è in questa parte di mondo, di imparare tante cose che in Italia non avevo mai visto e fatto, e soprattutto l’occasione per confrontarmi con clienti molto esigenti, come Saudi Aramco, facendomi capire la bellezza di affrontare sfide per cui ci siamo posti domande o su cui avevamo dubbi esistenziali.

L’ambito personale è stato contrassegnato da molte giornate positive, dove ho colto l’occasione di scoprire un po’ il luogo, visitando posti caratteristici, scoprendo la cultura e il cibo locale, intrattenendo rapporti con i colleghi anche al di fuori del lavoro, che mi ha dato l’opportunità di conoscere persone gentili, disponibili e che non mi hanno mai fatto sentire di troppo. Chiaramente, ci sono stati anche giorni un po’ più difficili, dovuti soprattutto alla difficile situazione a livello internazionale riguardante il Coronavirus, a seguito del quale è diventato complicato spostarsi, prendere aerei e vivere la propria vita in maniera normale, ma grazie anche al supporto dell’azienda sono sempre riuscito a risolvere e gestire le problematiche che ho incontrato durante questa avventura.

selfie Basis Plant

In conclusione, dopo 60 giorni di trasferta, posso dire che tornerò in Italia con un importante bagaglio di esperienze, che mi ha permesso di crescere notevolmente sotto il profilo lavorativo, acquisendo sicurezza e adattabilità ad un ambiente di lavoro diverso, ma anche sotto il profilo umano, dove ho acquisito indipendenza, apertura mentale verso il mondo e le sue culture. Consiglio a chi lavora nel mio settore, se ne abbia la possibilità, di fare un’esperienza del genere se si ha l’occasione perché ti permette di cambiare la visione che avevi delle cose, del tuo modo di lavorare e di vedere il mondo. Come si suol dire i treni passano una volta sola.

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